CONTENUTI DELL’OPERA PER CAPIRE A CHI E’ INDIRIZZATA

Gestire uno o più profili Social è sempre un modo di mettersi in gioco. C’è chi si improvvisa, chi osserva a lungo gli altri (i c.d. lurkers) e chi, invece, si documenta. Giocare la partita significa sapersi adeguare alle carte che arrivano sul tavolo ed essere competitivi. Con la Digital Brand Reputation, così come con il Personal Digital Brand, è opportuno conoscere regole e rischi insiti nella strategia.

Il testo è rivolto ai manager delle aziende che hanno già una competenza sui principali Social (Instagram Facebook, Twitter, LinkedIn, YouTube, Google Plus) con l’auspicio che si troveranno a loro agio a scoprire come i contenuti generati dagli utenti, gli User Generated Content (UGC), possono diventare un propellente eccezionale per coinvolgere i prospect in un’era in cui i digital touch point si sono enormemente moltiplicati. L’occasione di sollecitare i consumatori con la messa in campo di strategie per incentivare la raccolta di Consumer Generated Media diventa vitale in molte tipologie di aziende, dal commercio all’editoria, dalla moda all’arredamento, dal design al turismo e via dicendo.

Il paradigma concettuale del Customer Decision Journey (CDJ) è stato appena rielaborato (a fine 2015) in una serie di articoli apparsi sulla Harvard Business Review. Tuttavia le lancette del tempo digitale corrono in fretta e, negli States, già si contano numerose iniziative dei vari dipartimenti aziendali (commerciale, post vendita, marketing, ecc.) che si sono riorganizzati in modo più coeso  con il fine di avviare delle sinergie sotto il dominio del nuovo paradigma fino al punto di aver raggiunto ciò che i teorici definiscono il Loyalty Loop. I Social rappresentano solo una parte dei digital touchpoint, ma, senza un’opportuna comprensione dei modelli di business e di monetizzazione di queste piattaforme non ci sarebbero gli strumenti per avviare delle iniziative realmente efficaci. Gli algoritmi giocano a fare resistenza, e sono al soldo del provider certo non degli utenti. Perciò solo un’evoluta organizzazione di Content Curation che sia capace di strutturarsi in funzione di alimentare una cultura partecipativa con il pubblico e con i consumatori rappresenta la svolta in molti tipi di aziende BtoC. Casi insigni sono riportati nel testo.

La comunicazione aziendale di branding e di prodotto vene consumata in un fenomeno che la rende parte del processo stesso di culturalizzazione delle masse. Il raggiungimento di obiettivi di performance aziendale, soprattutto da parte di brand forti e comunicativi, oppure da parte di quelli operanti sul fronte delle innovazioni (HiTech innanzitutto) passano attraverso le sinergie che si devono avviare con i nuovi intermediari culturali, altrimenti ribattezzati, nell’era odierna, come Influencer. Questo è il lascito nel terzo millennio del pensiero di Bordieu. Gli influencer non sono una lobby organizzata, o una squadra competitiva che si sfida su opportuni circuiti in gare di marketing internazionale, nessun campionato e nessun guru, quanto piuttosto un fiorire di casi singoli che, nel loro insieme, rappresentano un fenomeno magmatico in continuo divenire. Il lettore attento, e prima di lui l’analista, sanno bene che, non per questo, la terminologia che distingue fra profili dei professionisti si possa scolorare e diventare meno precisa nel classificare le varie figure che oggi sono sotto l’attenzione di molti, ovvero i Fans, i Brand Advocates, gli Influencers, gli Ambassadors, gli Evangelist, tanto per capirci. Tutti hanno una loro collocazione e rappresentano una possibile risorsa per il Brand. Il testo ci introduce in maniera approfondita a queste tematiche.

Il caso delle Eleven Mom di WallMmart dopo molti anni di successo è stato archiviato, ma ciò non vuol dire che non rappresenti un potenziale di germinazione fecondo per molti altri progetti di imprese operanti su suolo europeo oppure semplicemente da avviare in altri comparti dell’economia.  Esploriamo nel testo questi possibili scenari attraverso lo studio di varie case history. Siamo però anche consci del fatto che nessuno di questi fenomeni potrà entrare nei radar aziendali senza un’opportuna batteria di Tools di Social Media Marketing di cui la classe più nota è quella dei Tools di Social Media Monitoring. Una frontiera che fa ampio ricorso alle tecniche di Supervised Machine Learning e che mette tutta la sua competenza di Natural Language Processing al fine della sua causa che è di identificare le “giuste” conversazioni on line e, soprattutto, i loro autori.

Il libro si chiude sull’analisi delle interazioni sociali nell’e-commerce e sul significato che queste operano promuovendo la traslazione del concetto di E-commerce in Social Commerce. Il capitolo si completa zoomando, alla ricerca dei dettagli, sul significato culturale, legale, commerciale, pubblicitario e sociologico delle recensioni sulla piattaforma di e-commerce di Amazon Italia e di Amazon Usa, mettendo in evidenza alcuni differenze sostanziali.

Alessandro de Luyk

Digital Marketer (SEO – SMM) , Autore, Blogger, CEO, Imprenditore

Professionista italiano, autore del libro Social Media Marketing per i tipi di Lupetti, appassionato di cinema, storytelling ed economia digitale. Consulente (SEO , SEM e SMM) per più di 200 imprese e istituzioni culturali in Italia, Slovenia, Croazia e Stati Uniti. Attualmente sviluppa piani strategici di marketing digitale attraverso progetti cross-mediali e multi-channel e realizza progetti di e-commerce multipiattaforma..